L’utile extracontabile non è automaticamente reddito imponibile ai fini IRPEF per il socio.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 6 maggio – 8 luglio 2015, n. 14176
Presidente Cicala – Relatore Caracciolo
Osserva
La CTR di Milano ha accolto l'appello dell'Agenzia - appello proposto contro la sentenza n. 43/03/2011 della CTP di Pavia che aveva accolto il ricorso di P.G. - ed ha così confermato l'avviso di accertamento con cui si assumevano imponibili ai fini IRPEF in capo al P. (in proporzione alla di lui quota di partecipazione nella società), siccome presuntivamente distribuiti, in considerazione della ristretta base partecipativa, i maggiori utili già accertati ai fini IRPRG ed IRAP in capo alla "I. srl" per l'anno 2002.
La predetta CTR ha motivato la decisione nel senso che l'appello doveva ritenersi meritevole di accoglimento "alla luce di quanto sopra esposto" e cioè che dovesse considerarsi reddito da capitale ai fini IRPEF quello derivante dalla partecipazione alla società in proporzione all'utile extracontabile non entrato nelle casse sociali che "è legittimo presumere" attribuito pro quota ai soci. E ciò alla luce della presunzione di distribuzione dei maggiori utili non contabilizzati da parte di società di capitali composta da una ristretta base di soci.
La parte contribuente ha interposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi. L'Agenzia s è difesa con controricorso.
Il ricorso - ai sensi dell'art. 380 bis cpc assegnata allo scrivente relatore, componente della sezione di cui all'art. 376 cpc - può essere definito ai sensi dell'art. 375 cpc. Infatti, con il primo motivo di impugnazione (centrato sulla violazione dell'art. 112 cpc in combinazione con altre norme), nonché con il terzo motivo di impugnazione (centrato sulla violazione dell'art. 295 cpc e da esaminarsi prima del secondo perché preliminare in senso logico) la parte ricorrente propone due mezzi manifestamente inammissibili.
Il primo perché (essendo rimasto non costituito in grado di appello) l'odierno ricorrente si duole di omesso esame di una censura proposta dalla appellante Agenzia, così inammissibilmente (art. 100 cpc) facendo valere un interesse che non le appartiene e cioè quello di dolersi dell'omesso esame di una demanda (volta ad ottenere la riforma della pronuncia di primo grado) proposta da altra parte.
Il secondo perché la parte ricorrente non ha fornito dimostrazione alcuna della attuale pendenza della lite (quella concernente l'impugnazione dell'accertamento rivolto nei confronti della società e che si assume pregiudiziale rispetto a quello rivolto nei confronti del socio) che in lesi sarebbe pregiudicante la decisione della presente causa, sì da imporne la sospensione necessaria.
Con il secondo mezzo (centrato sulla violazione dell'art.5 TUIR e degli art. 2727 e 2729 cod. civ. nonché su omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo, quest'ultimo profilo essendo manifestamente inammissibile, alla luce del fatto che i ricorso è stato proposto in periodo di vigenza della nuova formula dell'art. 360 co. 1 n. 5 cpc) la parte ricorrente si duole, poi, del fatto che il giudicante abbia fondato la propria decisione sull'assunto che "in caso di accertamenti di utili non contabilizzati opera la presunzione di attribuzione pro quota ai soci degli utili stessi", nel caso di società di capitali a ristretta base sociale, senza prima avere chiarito (e nonostante le contrarie deduzioni e prove, offerte dalla parte contribuente nel primo grado di giudizio) se nella specie di causa effettivamente si vertesse in ipotesi di applicabilità della menzionata presunzione e cioè se sussistesse nella compagine sociale "quei vincolo di solidarietà e di reciproco controllo che normalmente in questi casi caratterizza la gestione sociale".
Il motivo appare manifestamente fondato e da accogliersi.
Codesta Suprema Corte ha numerose volte ritenuto ammissibile la presunzione di distribuzione ai soci degli utili non contabilizzati, ma ha chiarito che, perché tale presunzione possa operare, occorre pur sempre che la ristrettissima base sociale o familiare", cioè il "fatto noto" alla base della presunzione, abbia costituito oggetto di uno specifico accertamento probatorio: ed invero solo una volta che sia stato stabilito che la titolarità delle azioni e l'organizzazione aziendale sono concentrate in una stretta cerchia personale o familiare, il giudice di merito non può escludere la distribuzione ai soci di utili non contabilizzati, limitandosi a prender atto della inapplicabilità dell'art. 5, D.P.R. n. 917/1986 (cfr. Cass. n. 3254/2000, Cass. n. 2390/2000).
Nel caso di specie, non risulta dalla motivazione della sentenza impugnata che il giudice del merito -al quale è istituzionalmente riservata la valutazione circa l'attitudine probatoria del "fatto noto", non solo quanto alla preferenza accordatagli rispetto ad altre possibili fonti di convincimento» ma anche in ordine all'esistenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza - abbia specificamente indagato circa la sussistenza del presupposto della ristrettezza della base azionaria o della natura familiare della Società, sicché non resta che concludere per la violazione dei principi (arg. ex art. 2727 cod.civ.) che presiedono all'utilizzo delle prove presuntive in giudizio.
Consegue da ciò che la cassazione della pronuncia darà luogo alla rimessione della lite ai giudice del merito affinché quest'ultimo - in funzione di giudice del rinvio - rinnovi l'esame del materiale probatorio dedotto, alla luce dei corretti principio di diritto che vi presiedono.
Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza.
Ritenuto inoltre:
- che la relazione è stata notificata agli avvocati delle parti;
- che non sono state depositate conclusioni scritte» né memorie;
- che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va accolto;
- che le spese di lite posso essere regolate dal giudice del rinvio.
P.Q.M.
Accoglie il secondo motivo di ricorso e rigetta il primo ed il terzo. Cassa la decisione impugnata in relazione a quanto accolto e rinvia alla CTR Lombardia che, in diversa composizione, provvederà anche sulle spese di lite del presente giudizio.
11-07-2015 16:01
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